Ossuccio
È una località antichissima la cui storia si fonde con quella dell’Isola Comacina.
L’isola, sede di un importante Pieve durante i primi secoli del cristianesimo, fu fortificata dai Bizzantini, successivamente sconfitti dai Longobardi di Autari (588) che ebbero il privilegio di assegnare il nome al paese.
Nei secoli seguenti, il fatto di essere divenuta il rifugio più sicuro di re e duchi con le loro corti e tesori, le valse l’appellativo di Crisopoli, città dell’oro.
Durante la guerra decennale parteggiò per Milano ma concorse con la propria flotta alla sconfitta della città, che nel 1169 si prese la rivincita, occupando violentemente l’isola e costringendo gli abitanti a disperdersi sulle coste prospicienti.
Chiesa di Sant’Agata e Sisinnio
La graziosa chiesetta, adagiata sulle colline dell’abitato di Ossuccio, fu oggetto di molti restauri, ma solo quello eseguito tra il 1993 e il 1995 permise la ricostruzione delle diverse fasi storiche dell’edificio.
Da un primitivo sacello cimiteriale, cui presto si aggiunge un’abside (inizi del VI secolo), ad una chiesa altomedioevale (fra l’VIII e il X secolo). Infine la costruzione romanica di cui ancora oggi si conservano frammenti di affreschi del Tre-Quattrocento, alcuni a vista altri nascosti nel sottotetto, le graziose finestrelle a strapiombo ed il suo altare originale in sarizzo del II secolo d.C. appartenente alla Popolazione preromana degli -Ausuciates-, che diedero il nome al paese. Ossuccio da Ausacium, come è scritto sullo stemma comunale.
Di un certo interesse artistico è la pala d’alare raffigurante la Vergine tra i Santi Sisinnio e Agata, racchiusa in una splendida cornice lignea dorata, datata 1577 e firmata Giulio De Grassi. Sulla predella sono raffigurati i Santi Vincenzo ed Eufemia davanti ai loro giudici con cartelli ammonitori circa il rispetto con cui si deve accedere all’Eucarestia.
Il documento più antico che la riguarda risale al 1299 quando ancora era dedicata solo a S. Sisinnio, la dedicazione a S. Agata compare nel 1644 con la visita pastorale del Vescovo Carafino.
Oratorio di San Giacomo - Spurano
E’ una chiesetta in stile romanico databile tra il X e il XII secolo che conserva quasi interamente la sua linea originale.
L’esterno è decorato da una fascia d’archetti e, al di sopra della linea di gronda, quasi a continuare la fronte, si eleva il più tardo campanile a vela costruito piuttosto grossolanamente nel XIV secolo.
Nota di pregio di questa chiesa sono i numerosi resti di affreschi che in origine dovevano rivestire le pareti e l’abside che, ancora nel 1539, era -pinta con Dio Padre, li 4 evangelisti et 12 Apostoli-.
Sul lato sinistro è possibile leggere con fatica una serie di scene bibliche, su due registri che si svolgono dall’abside verso la facciata. Rimane per fortuna ben visibile sul lato destro la gigantesca figura di San Cristoforo.
Il Monastero di San Benedetto
L’abbazia è dell’XI secolo e faceva parte di un monastero benedettino cluniacense, di cui restano poche tracce. Ben conservata invece è la chiesa a tre navate e tre absidi, con massiccio campanile a forma di torre.
I monaci benedettini erano proprietari dell'Alpe di Lenno e dei Monti di Ossuccio e di Colonno, possedimenti ottenuti tramite donazioni e lasciti testamentari, intensamente sfruttati dal punto di Lenno, che ne era stato fino allora una dipendenza.
Per tutelare l'intero complesso è stata costituita nel 1987 l'Associazione San Benedetto in Val Perlana.
Villa Giovio Balbiano
La villa venne ricostruita alla fine del Cinquecento dal cardinale Tolomeo Gallio su disegni del Pellegrini predisposti per i Giovio, a cui apparteneva precedentemente la proprietà.
E ai Giovio, al conte Giambattista, la villa ritornò nel 1778, per passare pochi anni dopo al cardinale Angelo Maria Durini, che la restaurò e arricchì il giardino di statue, fontane, nuovi viali e pergolati. Il cardinale, esperto diplomatico e cultore delle lettere e delle arti, comprò anche il vicino Dosso di Lavedo dove fece costruire un secondo edificio, la villa Balbianello. Passata a diversi proprietari, villa Balbiano è stata restaurata negli anni Sessanta per volere di Hermann Hartlaub. Appartiene oggi alla famiglia Canepa.

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